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quale spread ?

Quale spread ci separa dagli altri paesi sulla formazione?

In Italia, solo il 52% della popolazione compresa tra 25 e 64 anni è in possesso di un diploma di istruzione secondaria superiore, contro una media Ocse del 70%.

Questo significa che per uscire dalla crisi occorrono misure strutturali e una di queste è, sicuramente, promuovere una maggiore accumulazione di capitale umano attraverso un sistema di istruzione rinnovato.

Sulla rilevanza della dotazione di “capitale umano” per lo sviluppo economico il Governatore Ignazio Visco, un anno fa, in un intervento su scuola e conoscenze per lo sviluppo, riportava significativi dati: un aumento equivalente a un anno di istruzione in più per la media dei lavoratori sarebbe associato a un aumento di livello del prodotto pro capite del 5%.

I dati non migliorano considerando l’istruzione universitaria.

I dati del MIUR relativi all’anno accademico 2009/2010 evidenziano un calo generale nelle immatricolazioni del 2,3%, differenziato a seconda della regione geografica: nel Mezzogiorno il calo è del 7%, al Centro del 2,4 mentre il Nord, in controtendenza, vede aumentare il numero di studenti universitari del 1,4%.

E’ un dato allarmante, che si ritrova anche in una recente indagine di Eurobarometro sui giovani tra i 15 e i 35 anni, circa il 40% dei giovani italiani, pari a quasi il doppio della media complessiva, ritiene che l’istruzione universitaria non sia una opzione valida.

E che spread c’è nel coinvolgimento dei giovani nella vita produttiva del paese, nella sua capacità di utilizzare i giovani per modernizzare e compiere scelte strategiche fondamentali per il nostro futuro?

In Italia, la quota di ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non risultano occupati, né sul lavoro né in corsi scolastici o di formazione (Neet), è pari al 22,1%, contro una media europea del 15,3%, e al 10,7% della Germania, e al 14,6% di Francia e Regno Unito.

E’ un dato che testimonia, da un lato, la separazione tra mondo della produzione e giovani generazioni, dall’altro la scarsa formazione che i ragazzi possono vantare ai fini del loro inserimento nel mondo del lavoro.

Una formazione che, quando c’è, appare spesso inadeguata rispetto alle esigenze delle imprese.

Eppure la formazione dovrebbe accompagnare tutta la vita lavorativa, come avviene nel Nord Europa; in Italia solo il 6% della popolazione compresa tra 24 e 65 anni partecipa a corsi di formazione, contro il 33% della Danimarca il 25% della Svezia, il 19% del Regno Unito.

Una quota troppo bassa che, in questa fase di crisi e di elevata disoccupazione, compromette le probabilità di reinserimento nel mondo del lavoro.

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